In Cavalleria - Museo Francesco Baracca - Comune di Lugo

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In Cavalleria

 

 

Roma-1911

 

La passione per i cavalli che caratterizzò Baracca per tutta la vita, si manifestò fin dalla sua infanzia. Amante della vita all’aria aperta, già durante gli anni del collegio, il giovane Francesco trovava sfogo e sollievo dalla monotona routine scolastica, montando in sella e prendendo lezioni di equitazione, con l’approvazione del padre Enrico, grande appassionato di cavalli, suscitando le preoccupazioni della madre Paolina. Le tanto agognate vacanze estive trascorse nella villa di campagna a S. Potito, diventavano l’occasione ideale per fare passeggiate nei dintorni e soprattutto per cimentarsi nel salto di ogni sorta di ostacolo, richiamando un pubblico formato dalle numerose famiglie contadine della zona che si riunivano la domenica per assistervi.

Quando Baracca scelse di intraprendere la carriera militare, l’aspirazione a diventare allievo del corso di Cavalleria era pressoché scontata e nel 1909, dopo due anni di studi alla Scuola Militare di Modena, si diplomò con buoni voti e conseguì il grado di sottotenente nell’Arma di Cavalleria . Gli ottimi risultati ottenuti in equitazione valsero a Francesco l’assegnazione al 2° Reggimento Piemonte Reale Cavalleria , uno dei reggimenti più antichi e prestigiosi del Regio Esercito, e fu trasferito a Pinerolo, presso la Scuola di Cavalleria per il completamento degli studi. Qui le giornate trascorrevano veloci per i neoufficiali, divisi fra ore di teoria e di pratica, montando i numerosi cavalli di cui disponeva la Scuola, senza contare i due destrieri assegnati personalmente al sottotenente, quello “di carica” e quello “di proprietà”.

Seguendo una tradizione ben consolidata, veniva versata una lira in un fondo comune per ogni caduta da cavallo, avvenimento frequente per tanti cavalieri, ma non per Baracca, che dovette unirvi anche una bottiglia di champagne, in quanto era il primo capitombolo da ben due anni. A Pinerolo Baracca godeva di maggior libertà rispetto agli anni modenesi, cominciando così a frequentare ritrovi dell’alta società piemontese dell’epoca. All’inizio del ‘900 la Cavalleria era considerata ancora l’arma “nobile”, sia in termini militari sia per gli aspetti mondani intrinsechi alla figura dei cavalieri, aitanti nelle loro uniformi fra luccichii di sciabole e speroni.
Tali svaghi non andarono però ad intaccare l’impegno e la cura che Baracca dimostrava nella preparazione e nei duri allenamenti, mettendosi talvolta a dieta ferrea quando la bilancia mostrava un appesantimento, e al completamento degli studi a Pinerolo, conseguì il punteggio massimo in equitazione , insieme a soli quattro colleghi su 57.

Una volta giunto al 1° squadrone del reggimento a Roma, alla fine dell’estate del 1910, gli fu assegnato il comando di un plotone e soprattutto l’istruzione degli esploratori e dei cavalieri scelti . Proprio in occasione di alcune escursioni con i propri uomini nelle campagne di Centocelle, Francesco assistette a diversi voli e ne scrisse subito alla madre affermando che “un generale giorni sono, ci diceva che gli ufficiali di cavalleria, l’arma intrepida ed intraprendente, dovranno dedicarsi all’aviazione che porterà grandi cambiamenti nelle guerre future ”.
Nonostante un certo interesse che trapela dal tono neutro della lettera nei confronti dell’apertura di un corso di aviazione presso il campo di Centocelle, Baracca riferì all’apprensiva Paolina di non avere intenzione di iscriversi lui pure e di essere molto impegnato con i propri cavalli.
In quel periodo, infatti, si apriva anche il corso complementare di Tor di Quinto ; inoltre Francesco, oltre agli abituali impegni allo squadrone, era intento a prepararsi per il Concorso Ippico Internazionale di Roma , dove ottenne buoni piazzamenti in diverse categorie e vinse l’orologio Hausmann che portò fino alla morte, e per il Concorso Ippico a Torino organizzato dalla Società Nazionale Zootecnica nella primavera del 1911.
Tale era la sua dedizione negli allenamenti, che trascurò l’amatissima e sfavillante vita sociale che conduceva a Roma, fra cacce alla volpe, cene nei restaurants, spettacoli lirici a teatro e nei cafè-concerto.
I denari naturalmente non bastavano mai ed Enrico, di buon grado, concesse l’adeguato supporto economico per le numerose e dispendiose attività del figlio, senza dimenticare i capi di vestiario e gli accessori per l’equitazione.

Quando decise di dedicarsi all’aviazione, Francesco non trascurò mai la sua passione per l’equitazione e portò con sé i suoi amati cavalli in ogni suo trasferimento, anche durante gli anni della guerra.
In occasione della ritirata di Caporetto, Baracca e compagni furono costretti ad abbandonare la base di S. Caterina di Udine: Francesco, in quanto comandante della 91a Squadriglia, fu l’ultimo ad andarsene e rimase incerto fra il partire in volo od unirsi allo squadrone del Genova Cavalleria, che stava difendendo il campo base, e montare a cavallo per caricare gli austriaci.

Ulteriore testimonianza fondamentale di questo amore, rimasto comunque immutato, fu la scelta di adottare come simbolo personale, il cavallino rampante, in onore del suo reggimento e dell’Arma di cui ha sempre fatto parte.